So che ci sono giorni e momenti in cui dovrei accuratamente evitare di mettermi a pensare, ma non imparo mai abbastanza in fretta e quindi ci ricasco tutte le volte.
Questa volta è una domanda rivolta a me a cui io dovrei dare una risposta, visto che me la sono cercata…ma se non dovessi finire l’università, che cosa ne sarebbe della mia vita?
Spiegazione: se per qualche motivo (scelta mia od obbligata) dovessi abbandonare l’università che cosa mai potrei riprendere in mano per far finta di non aver mandato tutto a puttane?
Risposta: assolutamente niente.
L’altro giorno si parlava un po’ delle passioni di tutti, ma soprattutto delle passioni che quelle persone stanno realmente mettendo in pratica. All’inizio ascoltavo con interesse e poi è sorta una minima invidia. Bene, il mio primo pensiero è stato “che schifo”, provare invidia, veramente un comportamento deprecabile. Dopodiché mi sono chiesta perché provassi invidia nei loro confronti. Bè Serena, la risposta è chiara no? Loro lavorano sulle loro passioni che sono realizzabili. Tu no. Tu non ne hai nemmeno forse.
Non ci credete? Ragioniamoci insieme: quella per il Giappone più che una passione forse è una mania e in ogni caso non è costruttiva visto che anche coltivandola non arriverei a niente, scrivere, che dire, anche questo non potrebbe portare a niente e comunque anche io non mi applico perché possa non risultare qualcosa di marginale, per qualsiasi cosa artistica non sono portata, troppo banale, il Kung Fu ho avuto la brillante idea di abbandonarlo.
Di tutte quelle citate l’unica che avrebbe potuto veramente darmi qualcosa, non a livello monetario, ma a livello di realizzazione di me come persona, è il Kung Fu ma ho veramente già speso molte parole su questo blog riguardo ad esso. E comunque non sto coltivando nemmeno questo.
Dunque che vogliamo fare? Continuare a deambulare tra casa, università ed uscite serali?
Mi sembra di aver segregato la mia esistenza in un limbo dove vago senza meta e senza troppi pensieri per la testa aspettando che accada qualcosa. Uniche ancore sono le relazioni con le persone, ma a volte, vuoi che sia colpa mia, vuoi che non lo sia, si rivelano essere solo dei fili d’erba impigliati alla scarpa che basta uno strattone più forte per farli spezzare.
Serena finisci col cadere sempre negli stessi argomenti.
Lo so.
Quel che non avevo considerato sul mio precedente (ed ormai datato ) post sulle relazioni con le persone è la capacità di quest’ultime di condizionare il comportamento.
Basta poco a sentirsi meglio, basta allontanare l’elemento di disturbo.
Sono ancora sorpresa, e parzialmente sconvolta, nel rendermi conto di quanto io possa essere influenzabile in determinate situazioni e da certe persone. Senza rendermene conto avevo mutato il mio essere in relazione con gli altri a causa di qualcuno (di cui, per pudicizia, preferisco non fare il nome).
Solo a posteriori me ne rendo conto, e questo è deleterio, perché dovrei avere almeno un barlume di lucidità, in quei momenti, per evitare che questo accada, ma non è stato così, ed ora potrebbe anche riaccadere. A mia parziale giustificazione potrei addurre un coinvolgimento a livello affettivo, ma è solo un arrampicarsi sugli specchi che non dà nessuna risoluzione al problema. Perché è a tutti gli effetti un problema.
E qui ritorniamo al solito punto cardine: quanto ci si può sbilanciare?
Io, per quanto lo desideri, non riesco a non lasciarmi andare quando ho qualcuno davanti. Per quanto ci abbia provato, per quanto lo abbia detto e ripetuto, non sono riuscita a metterlo in pratica. Anche di fronte a questa mia affermazione mi chiedo come sia possibile non dare ad ogni persona la sua possibilità.
C’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in tutto questo, credo, perché se le persone sono in grado di avere questo potere allora sarebbe normale avere un minimo di istinto di sopravvivenza e lasciar perdere. Ma è più umano continuare a sbattere la testa finché un giorno non ti accorgerai di averla spaccata sul muro, o è più umano porre dei paletti a salvaguardia del proprio spazio e della propria psiche?
Uno o l’altro non ha importanza perché alla fine è sempre un sanguinare dopo aver preso a pugni l’aria.
Mancano meno di 24 ore al 2008. Anno nuovo. Vita uguale. Stesse sensazioni, stessi pensieri. Anche la prospettiva del cambio del numero alla fine del conto alla rovescia (una anno in più sulle spalle un anno in meno davanti) non migliora la situazione. In fondo tutti si aspettavano che nel 2000 ci sarebbero state le macchine volanti, la soluzione per l’inquinamento ed un miglioramento nello stile di vita no? Bene, quante di queste cose si sono avverate? Stiamo andando verso l’implosione. Che poi non è solo quella di un pianeta che si trascina avanti con fatica, ma quella di noi poveri ed illusi esseri umani che ci facciamo prendere da una frenesia solo perché così abbiamo la mente occupata dagli impegni e dagli orari per non stare a vedere la realtà. Se no finiremmo molto prima. Corrosi da noi stessi.
La verità è che non ho nessuna voglia di veder sorgere questo 2008. Sono stufa. Sono stanca. Stanca di come vanno le cose, di avere pensieri in testa, di non averne, di essere stanca. Stanca. Ogni passo è una fatica immensa, ogni pensiero una ferita aperta, ogni ferita una cancrena.
A cosa serve stappare una bottiglia di spumante scadente per festeggiare un ipotetico cambio. Cambio che regolarmente non avviene mai. D’altronde è una gran bella sfilata d’ipocrisia quella che dal 24 di dicembre ci accompagna fino al 6 di gennaio. Tant’è vero che la data dell’inizio dell’anno è solo una mera istituzione. Per noi che seguiamo il calendario gregoriano è istituzionalmente riconosciuto come 1 gennaio, per chi segue quello giuliano è il 14 gennaio, e poi ancora per i cinesi è il giorno della seconda luna piena dopo il solstizio d’inverno e via così. Che senso ha allora? Non riusciamo nemmeno a metterci d’accordo su quando un maledetto anno finisce e pretendiamo che quello nuovo porti dei cambiamenti? Non basterebbe nemmeno moltiplicare all’infinito i 108 gong dei giapponesi per purificarci.
Ma forse il mio è un ragionamento egoistico. In fondo quel che provo non è universalizzabile, io non sono il mondo. Io non sono gli altri ed è una grande pretesa la mia, quella di interpretare gli altrui atteggiamenti. Ma ormai sono sopraffatta dalle stronzate che commetto che importa commetterne una in più? Qualcuno lo noterà mai? Vorrei che invece fosse così. Trovarmi faccia a faccia con qualcuno stanco quanto me e che vede il mio camminare storto. Un pugno in pieno viso. Per svegliarmi. Un dolore che punge tutto il viso fino a far lacrimare gli occhi, così magari è anche la volta buona che riesco di nuovo a piangere. Non che le lacrime possano cancellare le mie colpe. In fondo l’acqua, se non inquinata dagli scarichi industriali, è pura ed inviolabile. Le lacrime altro non sono che acqua salata, quasi sacra, e non possono portare con sé i miei peccati. Quelli si fermano un passo prima di cadere dagli occhi. E restano lì, ancora più visibili.
Commistione di idee di pensieri e di azioni, troppi troppo, comportano momenti di follia. Passeggeri, di un solo istante. Ma abbastanza lunghi da mandare tutto a puttane. Certo perché è giusto così, mesi per costruire e raffinare qualcosa, 30 secondi per minare le fondamenta e premere il detonatore. E più si va avanti così e più sento il mio cuore diventare come una scultura di ghiaccio esposta al sole. Sciogliendosi il ghiaccio il cuore non torna ad essere un muscolo pulsante, ma si consuma sempre più, diventa imperfetto, assume strane forme. Muore. Ora davanti a questa scultura c’è un enorme cartello di divieto d’accesso. E c’è anche un divieto d’uscita se è per questo. Conoscenze effimere, rapporti che grattano la superficie senza spingersi verso il nucleo. Niente più dolore. Niente più rimorsi. Niente più follia.
Un giorno sarò satura, un giorno vomiterò tutto.
Quel giorno fatemi un favore, uccidetemi.
Mi sono sempre chiesta come sarebbe scrivere una lettera d’addio. Insomma, una persona che va a morire che cosa potrebbe mai scrivere nella sua lettera? Se si sta ammazzando probabilmente vuol dire che molte cose rendono questa persona così scontenta da arrivare a prendere una decisione così drastica. Dunque sarebbe una lettera colma d’odio, perché non c’è spazio per la gioia o per i ringraziamenti nel momento in cui sai che il mondo ti ha portato alla fine.
Questi sono i sentimenti degli ultimi istanti di vita? Odio, rabbia e chissà che altro. Cosa cambia da quello che si è vissuto fino ad allora?
Non puoi dire grazie a nessuno, perché se ormai hai deciso di compiere quel gesto allora vuol dire che la tua sofferenza, che la tua insofferenza, sono passate indifferenti sotto gli occhi dei tuoi “amici” che non hanno saputo vederle perché tanto hai la tua bella maschera che impedisce ai tuoi sentimenti di uscire ma non ferma quelli che entrano per ferirti. E quelle ferite nessuno le vede. Così piano piano la tua carne va in putrefazione e con quella anche la tua capacità di ragionare. Non hai nemmeno le palle per scoprire il volto e chiedere aiuto. A chi poi? Ha troppa paura che vedendo come sei ridotta tutti rifiuterebbero anche solo di guardarti, il che sarebbe ancora più insostenibile che l’indifferenza. Quindi è anche più facile andarsene così, sapendo che nessuno tenderà una cazzo di mano per fermarti.
Probabilmente questa è una vita che fondamentalmente va vissuta da soli. Tu puoi tessere la tua tela di amicizie e conoscenze, ma i conti li devi sempre fare con te stessa, volente o nolente. Ed è lì che sta la fregatura. Non ci si può abituare ad avere l’appoggio di altri perché tanto anche quando pensi e credi di sapere quali sono i loro pensieri ti accorgi che sono ben diversi. E sono lontani, molto lontani da quel che avevi afferrato a mo di speranza. È solo fumo. È tutto fumo. Quando la riapri hai la mano vuota e quel che peggio è che puzza pure. Della tua sconfitta. Della tua illusione. Ed è inutile stare a versare lacrime perché in fondo lo sapevi. Non è la prima volta e nemmeno l’ultima.
Questa non è la mia lettera d’addio. Rassicuro quei pochi che leggono e capiscono le mie parole. Non ci penso nemmeno a concludere qua la mia vita. Per adesso non è nei miei progetti. E non so se è per vigliaccheria o per coraggio. Se non altro questo mondo, per quanto pessimo, ha molti aspetti che mi intrigano e visto che mi è stato donato del tempo, per quel che serve, sarebbe un enorme spreco buttarlo via senza andare a scoprire quel che vale la pena di vedere.