venerdì, 29 agosto 2008

Categoria : la mia vita, song




LA VOGLIA DI POSARE
NOMADI

E quando hai speso tutto
ed ogni via
ti induce fatalmente alla memoria
ed anche il cielo aperto chiama storia
e in lui altro non cresce che apatia.

E quando nei suoi occhi
nel suo cuore
non sente che la voglia di posare
e non ricorda cosa sia migrare
non ricorda cosa sia l'amore.

E quando la morale è la sua spada
non resta che scordarlo e dirgli addio
lasciarlo indietro come un vecchio Dio
abbandonarlo ai bordi della strada.

E quando della forza del passato
del sole che scaldava ogni suo gesto
non resta che un sorriso
troppo mesto
che vuole dire solo
ho rinunciato.


Postato da Athanatos il 21:23
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sabato, 09 agosto 2008

Categoria : la mia vita




Ed eccoci giunti alla parte finale del racconto. Anche questa è uscita un po' lunga, ma almeno ho finito di raccontare. Buona lettura!

Cronaca di un Amor perduto (parte 6 - finale)

Quell’estate non mi allenai. Dopo la maturità ebbi un periodo di follia, perché il non andare ad allenamento altro non può essere definito se non così. Poi andai a lavorare perché ormai era alle porte la partenza per Milano, si avvicinava il, suppongo, primo grande cambiamento della mia vita e quindi volevo poter mettere da parte qualcosa per questo mio trasferimento. Il risultato fu che tutte le mie serate vennero occupate dal lavoro e quindi dovetti rinunciare totalmente all’idea di andarmi ad allenare.
A settembre mi trasferii in via Malaga.
Non saprei descrivere che cosa significò per me quello stacco. Era la fine di tutto, di qualsiasi cosa. I primi tempi fu difficile, fu molto difficile entrare nell’argomento Tai Chi. Diciamo che forse nemmeno ci entrai a dire il vero, era troppo doloroso.
Poi un piccolo spiraglio venne il 28 ottobre del 2006. Al Palalido ci sarebbe stata un’esibizione di Arti Marziali e avrebbero partecipato anche i ragazzi della palestra. Sebbene fossi arrivata a Milano da poco tempo con tutto quel che ne consegue (spaesamento, poca conoscenza della città e dei mezzi, e poi tutto quel che si dice su questa città) decisi che non potevo assolutamente mancare.
Incontrai il Maestro e gli altri proprio fuori dal palazzetto. All’inizio fecero una piccola esplorazione del luogo in cui avrebbero dovuto fare l’esibizione ed io li accompagnai dentro. Il Maestro, per far sì che anche io restassi a guardare l’esibizione, mi diede un pass per gli atleti cosicché non dovetti pagare il prezzo esorbitante dell’entrata. In realtà cercò anche d’incastrami nell’esibizione, ma lo convinsi del contrario solo dopo un’estenuante discussione. In realtà lo convinsi solo perché non avevo con me il kimono e nessuno aveva pensato di portarne due.
Fu un tuffo nel passato (nemmeno poi tanto lontano). Avevo rivisto il gruppo, il mio gruppo, avevo rivisto gli sguardi che ci sono prima di un’esibizione o di una gara, i gesti, la preparazione le parole. Fu bello e terribile allo stesso tempo. Bello perché ritrovarsi immersi in quella realtà era un sogno, terribile perché io ero al di fuori di quel sogno.
Alla fine dell’esibizione quasi non volevo staccarmi da loro e ci misi anche troppo tempo a salutarli e a tornarmene a casa.
Nei mesi successivi cercai di pensare il meno possibile all’Arte per evitare di farmi venire delle crisi.
A gennaio però il Mastro mi chiamò e mi chiese di partecipare ai campionati di Rimini che si sarebbero tenuti ad aprile. Io gli risposi di sì.
Non me ne pento, ma forse in quel momento non mi era ancora chiara la situazione e chissà che cosa pensavo di poter riavere partecipando a quelle gare. Pensavo forse che sarebbe tornato tutto come prima? Sì, è tornato tutto quasi come prima solo per i mesi dell’allenamento per le gare, ma niente di più.
Da gennaio in poi tornai a casa ogni fine settimana per potermi allenare. Scendevo venerdì pomeriggio dopo le ultime lezioni, poi sabato pomeriggio allenamento fino a quando non era ora di andare a lavoro (se non  altro lavorando ammortizzavo le spese del viaggio per tornare). Il problema fu che feci qualcosa come 20 allenamenti prima delle gare. Certo anche quando ero su ci pensavo sempre e quindi passavo ore studiando in camera in qualche poco comoda posizione di stretching, oppure giravo per strada con i pesi da un kilo alle caviglie, ma gli allenamenti furono solo 20. Se penso che gli anni prima ero in palestra anche a Pasqua non mi sembra vero.
Così il 14 aprile presi il diretto Milano-Rimini delle 14. Per tutto il viaggio modificai la musica che una mia compagna doveva utilizzare per la sua forma libera in modo da poterla adattare ai suoi movimenti. Quando ero in procinto di scendere incontrai un uomo che mi chiese che cosa ci facessi in treno con una spada ed io gli spiegai delle gare. Lui disse che gli sarebbe piaciuto venire ad assistere ma che era lì per un matrimonio, quindi mi salutò augurandomi buona fortuna.
Il viaggio per arrivare all’albergo fu lungo ed interminabile a causa del traffico di Rimini, ma arrivai. Vidi gli altri proprio poco prima di scendere e mi sbracciai con successo per ottenere la loro attenzione. Ci abbracciammo alla fermata del bus.
Una volta posati armi e bagagli nell’albergo decidemmo di passare il tempo che mancava alla cena andando a fare un aperitivo poco più in là. Così si parlò un po’ di tutto. Fu strano sentirsi integrati ed estranei allo stesso tempo. In fondo quello era il gruppo con cui avevo condiviso di tutto, ma non quell’anno di pratica.
Il Maestro, non volendo sfidare la cabala, non solo ci fece alloggiare nello stesso albergo delle precedenti gare a Rimini, ma ci portò a mangiare nella stessa pizzeria.
Quella cena fu indimenticabile. Sembravamo tutti drogati in realtà, ma forse era solo isteria, dal momento che scoppiavamo a ridere per qualsiasi cosa.
La mattina dopo quando mi “svegliai” ci misi un po’ nel rimettere in sesto le idee ed immediatamente, non appena mi fu chiaro il perché io fossi lì, mi si attanagliò lo stomaco dall’ansia con il risultato che feci colazione forzatamente solo ed esclusivamente per poter rimanere in piedi durante le gare.
Il palazzetto era lo stesso dei Campionati precedenti e fu veramente strano ritrovarsi nello stesso luogo del primo titolo e non sentirsi pronti a riscattarlo.
Appena giunti davanti al palazzetto ci trovammo di fronte ad una scena estremamente divertente: il tecnico della nazionale italiana di Wushu aveva commesso un piccolo errore automobilistico. In pratica aveva scambiato una rampa di scale per una discesa cosicché la sua povera Punto azzurrina era rimasta incastrata sulle scale per il divertimento dei presenti che però trattennero commenti e risate per evitare di bruciare la possibilità della nazionale. Naturalmente negli spogliatoi non ci fu una sola persona che si trattenne dal ridere sull’accaduto. Poi ritrovammo la serietà non appena estraemmo il kimono dalla custodia. Iniziò la fase della preparazione e dovetti subire (come tutti del resto) il rito della lacca più brillantini. Simona insisteva sul fatto che nelle gare a Parigi aveva portato fortuna e quindi ci sottoponemmo tutti all’imbrillantinazione delle nostre teste senza discutere.
Affrontai le gare con uno strano tipo di ansia. Non era quella che mi coglieva di solito, era diversa. Penso che fosse a causa del fatto che, mentre prima ero agitata perché dovevo dimostrare i miei miglioramenti di un intero anno di pratica, adesso dovevo dimostrare..cosa dovevo dimostrare? Era questo che mi metteva in agitazione: non avere nulla da dimostrare. Quali miglioramenti? Non mi ero allenata, ero lì quasi per caso. A bene vedere, che cosa diavolo ci facevo lì? Però ormai c’ero e quindi tanto valeva evitare di continuare a porsi quella domanda.
La prima forma che dovetti affrontare fu la 24. Non mi sentii per niente bene mentre ero sul tappeto. Non saprei come spiegarlo, però era come se avessi una sensazione di estraneità. Non sentivo completamente mia la forma. Prima potevo quasi “giocare” con i movimenti per migliorare quella parata, quell’attacco, ora invece potevo solo provare a non sbagliare la sequenza.
Il risultato fu sorprendente perché fu un primo posto, ma deludente perché rosicato. Non è per fare quella che non si accontenta mai, per carità, però quel piccolo distacco dal secondo posto rese amara quella vittoria. Certo, per una volta era stata premiata la passione, perché quella era sempre presente, ma mancava tutto il resto. Quindi, contenta ma non troppo, andai a seguire le forme libere poiché avevano monopolizzato l’intera competizione fermando tutte le altre categorie. Presi l’impegno di far caricare le musiche per ogni forma e rimasi a  guardare a bocca aperta tutte le forme. Vedere ogni atleta portare la propria forma, sulla quale aveva lavorato mesi e mesi per perfezionarla ed adattarla alla musica fu qualcosa d’indescrivibile. Fu l’incontro con molte forme d’Arte.
Infine fu la volta della 32 taijijian. Questa forma andò meglio rispetto alla 24, la sentii più mia (sarà perché in fondo mi è sempre piaciuta come forma) e quindi mi lamentai un po’ meno quando, anche qua, mi ritrovai sul primo gradino del podio.
Di quei campionati non dimenticherò mai due cose. La prima fu il grande coraggio di Simona nell’affrontare le sue competizioni. Dopo la forma libera a mani nude, infatti, accusò un dolore all’anca dovuto ad un movimento forzato durante una delle combo della forma, ma decise comunque di continuare. Affrontò la libera di spada e cedette solo verso la fine poiché le era impossibile eseguire le difficoltà con il dolore. Applausi per lei. E ce ne furono ancora di più quando si presentò determinata sul tappeto di gara della 40. Vinse. Quello fu un vero primo posto meritato. Per tante motivazioni: per la costanza negli allenamenti, per l’amore per l’Arte, per il coraggio di entrare sul tappeto comunque, nonostante il dolore, per la forza che l’ha portata a vincere.
La seconda fu l’ansia durante le premiazioni. Se negli anni precedenti avevamo la quasi assoluta certezza, a gare concluse, di aver vinto il titolo come società, quell’anno lì questa certezza vacillava anche troppo. Quindi aspettammo pazientemente che finissero le premiazioni individuali. Poi fu la volta di quelle per le società. Lì calò il silenzio più assoluto. Gli anni precedenti si alzava sempre un coro ancora prima della nomina, quell’anno no. Ci stringemmo un pochino di più per sostenerci a vicenda. Venne annunciato il terzo posto. Non eravamo noi, anche se su quello non c’erano dubbi effettivi. “Al secondo posto…” pausa. Una pausa terribile ed interminabile. Tutti con lo sguardo basso. Chi a fare scongiuri chi a battere nervosamente il piede per terra. Tutti uniti o per mano o cercando di dissimulare la preoccupazione appoggiandoci solo ad una spalla. Ma penso che tutti, in qualche modo, bloccammo la circolazione al nostro vicino. Infine il responso. Non eravamo noi. Non aspettammo nemmeno l’incoronazione ufficiale per iniziare ad urlare ed abbracciarci. Anche quell’anno il titolo era nostro. Ritirammo coppe e medaglie ed andammo a cambiarci.
Poi venne per me l’ora di partire. Salutai tutti con un peso sul cuore ed andai in stazione. Fu proprio lì che incontrai nuovamente l’uomo del giorno prima. Ero tranquillamente seduta su una panchina della stazione quando, alzando lo sguardo, me lo ritrovai di fronte sorridente e mi chiese come fossero andate le gare. Bene, gli risposi. Abbiamo vinto. Giusto il tempo di stringerci la mano e chiedergli come fosse andato il matrimonio che arrivò il treno. E lì le nostre strade si separarono. Non so nemmeno il nome di quell’uomo, però è in qualche modo legato a quelle gare. E non saprei nemmeno spiegarne il perché.
E quelle furono realmente e definitivamente le mie ultime gare.
Quindi eccoci giunti ad oggi. Ad agosto del 2008 mentre scrivo le ultime righe di quello che doveva essere un riassunto della mia esperienza ed è diventato un piccolo romanzo.
Anche quest’anno il Maestro mi ha chiesto di partecipare alle gare. Ma quest’anno non l’ho fatto. Le motivazioni sono principalmente due. La più importante è che ho capito, purtroppo, che anche accettando di fare le gare non avrei riavuto nulla se non l’amarezza di rivivere un piccolo pezzo di sogno per poi doverlo nuovamente abbandonare. La seconda, più banale, è che, per imprecisati motivi, mi sono ritrovata con una costola incrinata o cosa proprio in quel periodo. Come una sorta di piccolo avvertimento a non cedere.
Ma alla fine, io quelle gare, a ben pensare, non le ho proprio volute fare, costola o non costola. Mi sono resa conto che non era quello che volevo. Farle non significava nulla se prima non c’era stata tutta una preparazione, una motivazione. Dove finiva lo spirito dell’Arte? Che cosa andavo a dimostrare? Andavo solo su un tappeto cercando di ricordare dei movimenti senza poter provare nulla. Partecipare sarebbe stata veramente una pessima idea.
Quindi ora mi ritrovo qua a non saper effettivamente che cosa dire. Speravo che raccontare quello che era stato per me il Tai Chi potesse aiutarmi, ma la realtà è che ora mi sento esattamente come prima. Fisso il “muro del pianto” che ho istituito in camera qua a Milano (sono foto che ho scattato in vari momenti durante questi anni) e provo una stretta al cuore che più che nostalgia è dolore.
Molti mi chiedono perché non mi trovo una palestra qua a Milano e torno a praticare, se mi manca così tanto, ed io non mi stancherò mai di ripetere che non posso. Non posso perché sarebbe sleale nei confronti del mio Maestro, nei confronti dei miei compagni di pratica, nei confronti dell’Arte. Io non posso allenarmi con un Maestro che non è il mio. Proprio non posso. E non è solo per una questione di “qualità” della pratica, ma è proprio per, suppongo, una motivazione dovuta alla filosofia dell’Arte che mi è stata insegnata. È complicato da spiegare, specialmente se chi legge non è un praticante, infatti in molti non capiscono quello che voglio dire e quello che sento, ma non c’è un modo semplice per esporlo, posso solo provarci e sperare in qualche modo che le persone capiscano. E fa male, fa veramente male. Quando pensi di aver minimamente superato la questione ci ricadi dentro senza nemmeno accorgertene. E capita anche quando non ci pensi ma a sentire una parola ti vengono in mente dei flash, oppure quando cerchi di spiegare agli altri la tua esperienza, o quando qualcuno ti chiede spiegazioni riguardo ad un movimento od un atteggiamento, o, ancora, quando scherzando applichi qualche mossa. Ma anche quando ti fermi un momento a riflettere, quando sei in mensa a mangiare, quando vai a dormire, a fare la spesa, a prendere il tram, a guardare un film. Sempre.
Potrei fare un elenco immenso di quel che mi manca oltre a tutto quello che ho scritto fino ad adesso. Mi mancano i momenti negli spogliatoi quando qualcuno ti racconta aneddoti riguardo esperienze precedenti, o quando cerchi di studiare ancora qualcosa per l’interrogazione del giorno dopo perché non hai rinunciato all’allenamento, mi manca poter dire “fare armi e bagagli” e sapere che non è solo un modo di dire ma una realtà, mi manca il dolore dello stretching selvaggio, i tentativi di salto, i muscoli che bruciano nello sforzo di mantenere la posizione, le chiacchierate dentro e fuori della palestra mentre si aspetta l’inizio dell’allenamento, il saluto ad inizio lezione, Simona che mi chiede se secondo me nella sua forma libera è meglio quel movimento o quell’altro, gli scleri quando dopo che hai provato e riprovato non ti vengono ancora delle cose, la gioia quando invece ci riesci, l’orgoglio quando il Maestro ti chiede di insegnare qualcosa a qualcuno, il terrore della lezione (per lo stretching e i salti) con Silvana il giovedì, il caldo del parco d’estate, le maledette zanzare, le terrificanti corse sul lungomare, la gioia ogni volta che sfoderi la spada, gli incontri con i tuoi compagni di pratica avversari alle gare, le ramanzine del Maestro, le lezioni di Tai Chi agli anziani a Recco, poter preparare la borsa della palestra, le uova di pasqua tagliate con la spada, gli incontro con i grandi Maestri, dover montare e smontare il tatami, praticare.
Io vorrei che la gente sapesse che cosa vuol dire fare un incontro di questo genere, vorrei che potesse capire, sentire quel che si prova. E che cosa vuol dire, poi, abbandonare tutto. Abbandonare quello che per te era tutto, tutta la tua vita. Per cinque anni è stato più di quel che potessi desiderare, è stato il mio pensare, il mio agire, il mio essere. Questo vale molto di più che una “normale” storia d’amore, perché l’Arte non potrà mai tradirti e quindi puoi essere certa che potrai darle tutto quello che ti appartiene perché non sarà sprecato né buttato via, ma ti tornerà indietro migliorato. Puoi dedicarle tempo, soldi, emozioni, pensieri, sorrisi, lacrime, vita. Tutto. È frustrante accorgersi di non poterlo spiegare e ti senti inutile non potendo dare alle persone nemmeno una briciola di tutto questo perché effettivamente pensi che non sia giusto che non possano assaporarne nemmeno un momento. Ma alla fine ti accorgi che non puoi farlo perché, ora come ora, nemmeno tu lo hai per le mani.
E le persone mi dicono di continuare a sperare perché prima o poi tornerò a praticare. Ma penso che in realtà sperare in questo caso sia sinonimo di illudermi. Non so cosa ci sarà per me nel futuro, ma, salvo repentini e imprevisti cambiamenti, non credo che questo sia possibile, perché immagino che, prima gli studi e poi il lavoro, mi porteranno lontano dal mio Maestro. E questo equivale a un non tornare più a praticare. Preferisco credere ad una realtà come questa, per quanto brutta, che ad una che non penso realizzabile.
Così questa è la fine. Del racconto e forse anche di tutto il resto, ma penso che per me sia possibile mettere un punto di chiusura solo a questo testo. All’Arte non potrò mai imporre una fine.


Postato da Athanatos il 03:17
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