giovedì, 31 luglio 2008

Categoria : la mia vita




Chiedo scusa per il ritardo nell'aggiornamento.

Cronaca di una Amor perduto (parte 5).


Ed eccoci all’a.p. (anno di pratica) 2005/2006. L’anno della maturità scolastica, l’anno di tante, troppe, cose.
Fu un anno con il botto fin dall’inizio. Non mi sarei mai aspettata di poter sostenere così presto l’esame di cintura nera, ed infatti ero così incredula che, quando ci fu l’occasione di presentarsi davanti alla commissione nella palestra a Lavagna, feci finta di nulla e rimasi a casa a studiare. Il Maestro non sembrò prendersela e, come se niente fosse, mi disse di sostenere l’esame qualche settimana dopo a Sanremo.
Ricordo di aver avuto, tanto per cambiare, molte turpe mentali al riguardo. Insomma per quale motivo avrei dovuto fare l’esame? Era passato poco tempo da quello per cintura rossa, per di più nella sessione di ottobre in palestra Simona aveva finalmente raggiunto il livello massimo. Perché io solo qualche settimana più tardi avrei dovuto portare la sua stessa cintura? Ne parlai con lei per vedere che cosa ne pensava e la risposta fu molto semplice (potevo arrivarci anche da sola a ben vedere): “Il Maestro dice che devi fare così e allora farai così”. Semplice, lineare e logico.
Il 13 novembre 2005 (era una domenica) feci armi e bagagli e di prima mattina andai ad aspettare che mio zio passasse a prendermi. L’appuntamento era sotto casa del Maestro a Lavagna. Da lì prendemmo l’autostrada ed iniziò la lenta agonia di avvicinamento al luogo dell’esame. Rischiammo di perderci plurime volte poiché nessuno, prima di partire, ebbe il buon senso di googlare la strada dall’uscita dell’autostrada alla palestra, alla fine però approdammo a destinazione. La palestra non era grandissima, ma ricordo chiaramente che rimasi affascinata dalla sua composizione molto particolare e molto “caratteristica”. (Parlo al plurale non perché ho preso un colpo di caldo, ma perché mi riferisco a me e ad altre tre compagne di pratica).
Prima di tutto ci mostrarono gli spogliatoi dove andammo immediatamente a cambiarci. Questa volta controllai per bene il kimono prima di indossarlo così da non essere nuovamente colta da attacchi di panico. Finito il rito kimono-capelli-trucco-motivazione uscimmo dallo spogliatoio un tantino spaurite (o forse lo ero solo io). In quel momento un ragazzo di Sanremo stava sostenendo l’esame di NanQuan per cintura nera, quindi avremmo dovuto aspettare pazientemente il nostro turno. Nemmeno a dirlo l’idea di stare ferme a guardare non ci allietava per niente e così andammo all’esplorazione della palestra. Trovato un piccolo anfratto lo sfruttammo per fare un minimo di riscaldamento e stretching prima di iniziare. Ci vennero a chiamare che ancora non eravamo mentalmente pronte. Io stavo ripassando la quarta riga della 42 e rimasi inchiodata in quella posizione a quell’annuncio. No, non ero decisamente pronta.
La commissione d’esame era composta dal Maestro Liu ed un suo allievo, dal mio Maestro, dal Maestro di Sanremo e da un “segretario” che doveva segnare le votazioni riguardanti le nostre forme.
Per quell’esame come forme dovevo portare la 8, la 16 (taijijian e Taijiquan), la 24, la 32 taijijian, la 42 (taijijian e Taijiquan), e le prime tre forme del Toui Shou. Quindi, tra una cosa e l’altra l’esame durò circa un’ora (se penso che mi sono sempre lamentata per i 10 minuti di performance alle gare…). Non ricordo che cosa pensai durante quell’ora, so solo che non furono pensieri molto sensati o comunque connessi tra di loro. Mi ripetevo una sorta di mantra per evitare di avere una ben poco dignitosa reazione come quella di scappare urlando, fortunatamente funzionò e rimasi rinchiusa nella palestra fino alla fine. Mai sottovalutare la potenza dei mantra. Mai sottovalutare l’eventuale punizione del Maestro, funziona anche meglio dei mantra.
L’esame andò bene. Non so quali votazioni mi diedero per le forme perché (almeno così ci dissero) dovevano restare segrete, ma l’espressione del Maestro era rilassata e soddisfatta ed insieme al Maestro Liu si complimentò con noi.
Il ritorno è un buco nero, non ricordo assolutamente nulla se non che me ne rimasi tutto il tempo con il lettore cd in una mano e la ricevuta per l’esame nell’altra. Il cd che stavo ascoltando era quello che avevo preparato per le gare precedenti e che con Simona ascoltavamo sempre prima di entrare nella palestra per la presentazione delle squadre. Ancora oggi fa un po’ male ascoltare canzoni come “don’t stop me now” o “don’t let me be misunderstood”  e tutta la colonna sonora di Kill Bill in generale.
Questo quello che accadde a novembre. Nel 2006, invece, ci furono gli open di Wushu al Palacandy di Monza. 26 febbraio 2006.
Se devo essere sincera avrei preferito non partecipare a quelle gare. Prima di tutto non mi sentivo pronta, era l’ultimo anno di liceo e in quel periodo avevo trascurato un po’ gli allenamenti per studiare, quindi proprio non mi sentivo all’altezza per partecipare ad una gara dove ci sarebbero stati atleti da (come minimo) tutta l’Europa. Naturalmente a contestare la scelta del Maestro non ci pensavo nemmeno lontanamente così accettai con rassegnazione il mio destino.
Non vi dico i commenti dei miei quando ci trovammo nei pressi di Pavia (almeno credo) e non si vedeva ad un palmo dal naso a causa della nebbia (sì, i miei quando c’era la possibilità mi hanno sempre voluta accompagnare alle gare, fatto alquanto deleterio visto che hanno un effetto calmante sul mio sistema nervoso pari a zero). In qualche modo arrivammo a destinazione.
Aspettai l’arrivo di Alessandro e del Maestro per andare a ritirare il pass. Poi fu l’epopea degli spogliatoi: nessuno era in grado di dirci in quale potevamo cambiarci con il risultato che ci infilammo nel primo libero. Era quello giusto per fortuna.
Purtroppo a quelle gare Simona non partecipò a causa dell’influenza, non fu lo stesso senza di lei, bisogna ammetterlo. Con lei c’era tutto il rituale pre gara, c’erano le battute durante il riscaldamento, c’erano gli sguardi durante l’esibizione, le pacche dopo la votazione e tutto quanto. Questa volta non c’erano, o meglio, c’erano con gli altri ma non era esattamente la stessa cosa.
In più, a completare il quadro, il tappeto di gara era formato da quella sottospecie di tatami di gommapiuma che, in pratica, è l’acerrimo nemico dell’equilibrio e il carnefice delle caviglie. E anche l’arbitraggio in quella gara non resta escluso dalle polemiche (e quando mai?!?!). Probabilmente chi si era presentato come arbitro non aveva letto bene la locandina e pensava di essere capitato ad una paesana sagra della polenta (tanto la zona è più o meno quella).
Se no altro, a rallegrare la giornata, ci pensarono i risultati che, devo ammetterlo, furono inaspettati, ma piacevoli. Nella 24 mi classificai seconda dopo una cinese che non so quanti titoli aveva già vinto (e che si presentò sul tappeto all’ultimo quando ormai mi pregustavo la vittoria), nella 32 taijijian, invece, arrivai prima. Non chiedetemi come fu possibile.
Purtroppo non riuscii a fermarmi per la premiazione perché i miei volevano tornare a casa prima che la nebbia invadesse nuovamente la pianura e quindi fui costretta a rinunciare.
Finita una gara, ormai l’avevo imparato, non c’è nemmeno il tempo di crogiolarsi sui propri successi o riflettere sulle proprio sconfitte che bisogna immediatamente mettersi nell’ottica di pensiero della competizione successiva. E quella successiva altro non erano se non i Campionati Italiani.
Questa volta a Napoli, o meglio, a San Giorgio di Cremano.
Fortunatamente, almeno per l’andata, non ci fu nessun treno notte, ma un normalissimo (ed in ritardo) intercity che fermava alla stazione di Sestri alle 13.34. Il viaggio fu lungo ma piacevole se escludiamo quella fastidiosissima aria condizionata che poi mi ha causato un raffreddore da non sottovalutare. Per buona parte del viaggio giocammo a Burraco (un gioco di carte). Diciamo che le carte occuparono qualcosa come 6 ore di viaggio su 7.
Come per ogni trasferta come si deve, anche quella volta riuscimmo a non vedere niente della città. Così di Napoli posso giusto dire di aver visto la stazione centrale, i non-cestini non-presenti nella stazione, e le varie stradine che dalla stazione portavano a quella specie di ostello in cui alloggiavamo. Un ostello di tutto riguardo, tra l’altro. Finii in stanza con Simona e Sara. Ma quella sera nessuno aveva voglia di scherzare o di giocare. Ce ne andammo a letto zitte e preoccupate. La mattina non ci fu nemmeno bisogno della sveglia in camera  per farci alzare. In realtà, almeno io, continuavo a girarmi nel letto aspettando proprio il suono per evitare la solita figura da scema che non riesce a dormire la notte.
Colazione veloce, armi e bagagli, bus ed eccoci al palazzetto.
Entrata degna da film, non me la dimenticherò mai. L’entrata per gli spalti era dall’alto e quindi quando arrivammo si aprì sotto di noi tutto lo spazio dei tappeti di gara. Sarà stata casualità, non lo so, ma entrammo sulle note di una canzone di rap leggero che accompagnò la nostra sosta nello scrutare il campo sottostante e nello scambio di sguardi con i nostri acerrimi avversari salernitani. Da film.
Per la prima volta in 4 anni di Campionati Italiani non gareggiai nella mattinata. Prima ci sarebbero state le forme dimostrative come la 40. Quindi mi rassegnai alla mia lunga attesa e mi sedetti sugli spalti. Ammazzai il tempo aiutando Simona nello stretching e nella fase di sostegno a chi doveva gareggiare.
Ora, non per battere sempre sullo stesso chiodo dell’arbitraggio, ma qua va veramente fatto un appunto perché quel che successe fu veramente scandaloso se si parla di una gara di livello Nazionale. Prima di tutto non ci fu nessuna presentazione delle squadre e quindi niente inno Italiano prima di iniziare, poi, come se non bastasse, dovemmo protestare per far appendere anche la bandiera Italiana poiché i fantastici organizzatori si erano degnati di appendere solo quella Cinese. Ed infine l’arbitraggio. Nelle forme intermedie c’era l’intero parentado di alcuni atleti (partecipanti) ad arbitrare, in quelle libere, invece, mancava un arbitro. Sapete chi presero al suo posto? Il tecnico del suono. Hanno anche provato a spacciarcelo come un regolare arbitro che “ha lasciato la divisa della federazione in macchina”. Certo, e poi le marmotte confezionavano la cioccolata.
Critiche a parte, il resto delle gare filò liscio anche se con dei rallentamenti a causa della grande partecipazione e della pessima organizzazione.
La 24 filò liscia e riuscii a conquistare nuovamente il titolo. Quando venne il momento della 32 taijijian ero ormai arrivata ad un punto di nevrosi dal quale pensavo di non poter più tornare indietro. Un po’ per l’attesa un po’ per le motivazioni sopra elencate. Ma rimasi stupita, ancora una volta, dal comportamento dei ragazzi di Firenze. Non me ne potrò mai dimenticare. Mai. Stavo, nervosamente, facendo stretching quando mi si sono avvicinati dei ragazzi di Firenze. Da lì abbiamo iniziato a discutere prima dell’organizzazione, poi del più e del meno. “Che cosa studi?” “Che farai il prossimo anno?” “Ma no dai, non andare a Milano, vieni a Firenze a fare l’università così ti alleni da noi!”.
Senza che me ne accorgessi arrivò il mio momento di entrare sul tappeto di gara. Per la prima volta nella mia vita mi presentai sul bordo del tappeto con il sorriso sulle labbra e con la testa completamente vuota. In quel momento non mi importava più né della gara, né del punteggio, né del piazzamento e tantomeno degli arbitri. In quel momento mi importava solo di stare su quel tappeto per fare una bella forma, per me, per il Maestro, per gli altri compagni di pratica, per tutti i miei allenamenti e tutti i momenti passati in palestra a sudare a soffrire a ridere, e per quei ragazzi che erano a bordo campo a tifare per me anche se erano contro di me.
E quando urlarono “vai Serena” persi con tutta probabilità almeno 0,20 nel punteggio finale perché non riuscii a trattenere un sorriso a 32 denti. Ero al terzultimo movimento della terza riga. Alla fine li ringraziai perché quel primo posto era anche, in buona parte, merito loro. E forse nemmeno se ne sono resi conto.
Infine, per la prima volta, non riuscimmo ad assistere alla premiazione perché le gare si protrassero troppo al lungo e noi avevamo un treno notte prenotato che non potevamo perdere.
Quindi, anche se molto controvoglia, ce ne andammo sul nostro pullman lasciando in quel palazzetto un nostro “delegato” per ritirare le medaglie e per comunicarci i risultati, e la nostra ansia per quella che  sarebbe stata la società campione d’Italia.
Una volta arrivati in stazione mangiammo qualcosa, anche perché il simil-pranzo che avevamo ingurgitato verso metà giornata (creakers) cominciava a farci accusare la prima stanchezza post gara ed abbandono di adrenalina.
Quindi, consumata velocemente la cena, andammo a prendere posizione sul vagone del nostro treno. Naturalmente nessuno prese in considerazione l’idea di andare a dormire: volevamo assolutamente sapere i risultati e le classifiche delle società. A che cosa serve classificarsi primi se poi la società non riesce a vincere? È una mezza vittoria.
Poi squillò il cellulare di Sara e tutto il nervoso movimento nel corridoio del treno si arrestò all’istante. Tutti gli sguardi erano puntati su di lei che, perfidamente, prolungò la telefonata fino allo sfinimento. Quando riagganciò trattenni il fiato come, suppongo, buona parte dei presenti. Nella sua perfidia del momento Sara, prima di darci il responso, aspettò che qualcuno, esasperato, se ne uscisse con un “e allora?”. Poi si aprì in un sorriso e puntando le braccia al cielo pronunciò quel che tutti volevamo sentire “we are the Champions!”. Il vagone esplose in un urlo di gioia che fece affacciare quasi tutti i passeggeri dai finestrini per vedere che cosa diavolo stesse succedendo. Ma noi continuammo a festeggiare abbracciandoci a vicenda.
Il ritorno fu fantastico. Per la prima ora parlammo delle gare ridendo, incazzandoci, passandoci sopra perché tanto avevamo vinto. Poi giocammo a carte. Sì di nuovo, e questa volta fummo ancora più estremi. Dalle 11 alle 6 ci sfidammo a Burraco. Fino a quando non fu ora di scendere dal treno alla stazione di Chiavari.
Lì trovai mia madre che mi riportò a casa dove mi gettai a letto per godermi, finalmente, un po’ di riposo.
Quelle gare furono un po’la fine di un sogno. Da quel momento interruppi gli allenamenti a causa della maturità e poi fu tutto un susseguirsi di cose. Fu l’inizio del periodo nero.


Postato da Athanatos il 13:09
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