mercoledì, 11 giugno 2008

Categoria : la mia vita




Cronaca di un Amor perduto. (parte 4)

L’unica volta in cui ignorai le parole del Maestro fu quando mi disse che potevo passare di grado. Visti i successi degli ultimi campionati voleva premiarci facendoci cambiare cintura, il problema era che da arancione dovevo passare a rossa, ovvero dovevo saltare a piè pari due gradi. Pensando che si fosse sbagliato non diedi troppo peso a questo fatto e quindi non andai a procurarmi la cintura nella solita merceria in carugio a Chiavari. Lui non insistette ed io non mi presi la briga di farglielo notare. Fu una giusta decisione e me ne accorsi l’anno successivo.
Se devo essere sincera non so che raccontare di preciso su quell’anno di pratica se non le esperienze delle gare perché fu esattamente come gli altri e quindi rischierei di essere solo che ripetitiva. No, non confondiamoci, praticare non era diventata una routine, non potrà mai esserlo. Però non vi furono episodi eclatanti o che comunque non abbia già provato a narrare nei precedenti post. Il fatto è che se dovessi scendere nei dettagli impiegherei una vita intera per trascrivere ogni singolo pensiero che mi passava per la testa, ogni dubbio, ogni gioia, ogni tutto in pratica.
Per me il Kung Fu era diventato un bisogno, immaginare di doverne fare a meno era qualcosa di atroce. Ci pensavo la notte prima di addormentarmi, per ripassare le forme, per analizzare ogni movimento nel dettaglio in modo da perfezionarlo poi ad allenamento. E non ho mai capito le persone che mi dicevano che era esagerato fare così tanti giorni di allenamento durante la settimana per così tante ore. Non le ho mai capite perché non mi hanno mai dato delle buone ragioni per non doverlo fare. Mia madre mi ripeteva sempre che era deleterio perché mi stancava e poi non rendevo a scuola. Errore. Il fatto che non rendessi a scuola non era certo dovuto all’Arte. Perché sì che una volta uscita da allenamento fare le scale di casa era un’impresa  titanica, ma io non ero affatto stanca. Praticavo e amavo quello che facevo, come potevo poi essere realmente spossata? Sarebbe stata una contraddizione. Sempre la solita questione dei limiti che la gente non capisce, o che non ha imparato a capire.
L’unica gara in cui io abbia mai considerato il secondo posto un piazzamento valido fu quella di Bergamo. Era a categorie miste e quindi mi trovai a dover gareggiare contro Simona. Finire davanti a lei sul podio sarebbe stato non solo impossibile, ma anche ingiusto. Era un’eventualità che non avevo nemmeno preso in considerazione prima di tutto per via della differenza di qualità nell’esecuzione ed in secondo luogo perché, vista la sua dedizione, io stessa non avrei mai accettato di piazzarmi davanti a lei per una questione di lealtà e rispetto.
Quando arrivammo davanti al palazzetto dovetti far ricorso a tutta la mia capacità umana dell’atto del “camminare” per evitare di lasciare caviglia, ginocchio e dignità sulle scale a causa del ghiaccio. Riuscita nell’impresa decisi di rimettere piedi fuori solo a gara conclusa per evitare di sfidare ulteriormente la mia fortuna.
Come da me previsto in precedenza conquistai il secondo posto del podio, dietro Simona e prima di Quella Lì, mai avrei pensato che il secondo gradino potesse rendermi tanto felice. E per una volta non mi dovetti nemmeno lamentare dell’arbitraggio visto che nessuno, miracolosamente, subì ingiustizie da questo punto di vista.
Di seguito ci furono i Campionati Italiani e questa volta si giocava in casa. Ed avevamo pure le divise della palestra (nella quale riuscivamo a stare dentro contemporaneamente io, me e me stessa tanto era grande…) così per una volta non ci presentammo come una banda di lanzichenecchi allo sbaraglio.
15 maggio 2005. Riuscii ad arrivare al palazzetto al parco Tigullio un pelo prima della presentazione delle squadre. Considerando che non avevo chiuso occhio per tutta la notte (come sempre del resto) tutt’ora non mi spiego come diavolo feci a ritardare tanto. Questo ovviamente non aiutò il mio stato emozionale che collassò su se stesso annullando definitivamente ogni mio barlume d’intelligenza e lucidità con il risultato che un minuto prima di entrare sul tappeto di gara cominciai a vaneggiare riguardo al mio kimono. Ero fermamente convinta di averlo indossato al contrario ed entrai in panico totale. Naturalmente non pensai che se i bottoni (che io stessa avevo allacciato meno di 5 minuti prima)erano fuori e visibili allora era impossibile avere il kimono al contrario. Così mi presi quelle 4 o 5 botte d’idiota dopo aver allietato più o meno mezza Italia di praticanti di Arti Marziali con le mie turpe mentali. Poi entrai in campo. Conclusa la forma aspettai che la mia “rivale” concludesse per poi accostarmi ai bordi del tappeto per aspettare i risultati degli arbitri. Vinsi per la prima volta il titolo nella 24. E mentre, ancora incredula, abbracciavo a destra e a manca gli altri della mia società mi ritrovai nella mia mano una mano che non conoscevo. Nel mio campo visivo entrarono in sequenza questa mano, il polsino di un kimono lilla e poi, risalendo, il volto della mia avversaria. “Complimenti” mi disse. “Io non ho visto, ma mi hanno detto che hai fatto una bellissima forma”. Abbracciai anche lei. Lei al suo primo Campionato Italiano, lei che pur non avendo vinto si complimentò con me. Lei che probabilmente aveva già capito molto dello spirito di quest’Arte.
Purtroppo l’esperienza nella 32 taijijian non fu così illuminante. Quando, dopo aver avuto la mia rivincita nella forma il cui titolo mi era stato rubato per un pelo l’anno precedente, provai a stipulare un patto di non belligeranza con la mia avversaria (che, ovviamente, non era la stessa ragazza di prima) mi ritrovai di fronte ad un curioso mutamento della natura umana. Non sapevo che gli umani potessero ringhiare alla stregua di un perfetto cane da guardia. Ed io odio i cani. Bè, fate pure voi il sillogismo. Decisamente poco spirito, decisamente una pessima praticante.
Quelle gare si conclusero con una pizzata liberatoria alla trattoria n° 6 a Chiavari.
E poi ancora la mia cintura rossa. Guadagnata e non regalata questa volta. In una calda domenica affrontai l’esame davanti ad una commissione interna. Fu un’esperienza terrificante per due buone ragioni. La prima era che dovevo presentare una forma imparata nei due giorni precedenti e che, per quanto potesse piacermi, non avevo ancora perfezionato. La seconda perché, una volta terminata la mia sessione d’esame ero già bella tranquilla e rilassata ad aspettare l’esito quando il Maestro mi disse di andare insieme agli altri a presentare altre due forme. Se non erro nella 42 taijijian incespicai alla fine della terza riga. Avessi avuto una pala mi sarei seppellita.
Poi fu di nuovo l’estate.


Postato da Athanatos il 16:17
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