martedì, 27 maggio 2008
Categoria :
In attesa della quarta parte (giuro che arriverà presto...ci sto lavorando!) vi lascio qua sotto un link senza troppo impegno (oddio il mio prossimo esame di chissà quando...)
www.primavereautunni.blogspot.com
Postato da Athanatos il 19:21
lunedì, 12 maggio 2008
Categoria : la mia vita
Cronaca di un amor perduto (parte 3)
Dopo l’estate iniziò il nuovo anno di pratica in palestra. E con esso, oltre al passaggio di grado, anche l’incontro con dei Maestri sensazionali che aumentarono l’amore per l’Arte.
Le esperienze con i Maestri non possono essere riassunte in nessun modo e non basterebbe tutta la Rete per contenerne le emozioni e le lezioni (di Tai Chi e di vita) che ne ho ricevuto. Se durante l’allenamento “normale” si riceve il 100% con loro si riceve il 10000%. Ogni parola, anche se mediata dalla traduttrice, ti travolge con tutta l’esperienza dell’Arte che loro hanno imparato da Maestri che affondano le radici fino a tempi impensabili. Sono capaci di tirare fuori la tua forza con un’intensità che mai avresti creduto possibile. Loro ti porgono il Loro cuore mentre ti allenano, non puoi non trovare la forza per arrivare alla fine dell’allenamento. Anche quando pensi che la lezione sia finita ed invece era solo il riscaldamento, anche quando devi stare dieci e più minuti nella stessa posizione spada alla mano e senti la gamba tremare e cedere, il ginocchio scendere, il braccio pesante e le spalle incurvarsi. Tu sai che terrai la posizione anche un secondo dopo la fine. La terrai fino a quando il Maestro non ti approverà. Il dolore del giorno dopo…bè, sarà il giorno dopo.
Per quanto riguarda l’argomento gare quello non fu esattamente il migliore degli anni non tanto per i flop delle prime due gare preparative ai Campionati, ma più che altro per la dimostrazione che anche all’interno di quest’Arte quando si parla di competizioni c’è un certo livello di corruzione. Per quanto mi riguarda è inconcepibile come situazione, ma la mia opinione conta quel che conta e cioè niente.
La gara a Brembilla nel gennaio del 2004 fu fonte di stimolo in quanto per poco mi ritrovai fuori dal podio e quello di sicuro non era il posto dove volevo stare ai campionati successivi.
Alla fine della gara prestai a chi restava il mio kimono di seta bianco (95€) per poter fare una dimostrazione quella sera. Fu l’ultima volta che lo vidi. Anzi fu l’ultima volta che lo vidi del suo colore originale. Qualche sera dopo Sara mi chiamò ad un’ora imprecisata della sera in lacrime. Aveva per sbaglio tinto il mio kimono al posto del suo. E non di un colore qualsiasi, di rosa. La tragedia fu proprio quella. Finii in lacrime anche io. Scherzi a parte, ci finii non per l’errore in sé, ma perché, come per ogni oggetto che concerne l’Arte, si instaura un certo attaccamento dal momento che diventa parte integrante di essa. È tuo, è suo. Se dovesse rompermisi la Spada penso che sarebbe per me un vero e proprio lutto. Anzi non ci penso proprio che è meglio.
A marzo invece la trasferta fu a Parma per il MAK Adventures Festival. Anche qua un flop a livello personale. Ma quella fu in assoluto la gara più bella. No, non lo fu perché feci scorta di riviste sulle Arti Marziali distribuite gratuitamente.
Alla fine della competizione mi trovai ancora una volta al quarto posto pur avendo fatto buoni progressi rispetto a gennaio. Evidentemente non furono sufficienti. Mentre rimuginavo sui miei errori mi trovai davanti al naso una medaglia. Sara mi stava regalando la medaglia del suo secondo posto. Lo fece praticamente senza nemmeno guardarmi in faccia e sminuendo il suo gesto con un “tò prendi”. Rimasi come un’idiota con quella medaglia in mano senza saper bene che cosa dire e che cosa fare.
In casa, nella mia stanza, ho un ripiano totalmente dedicato al Kung Fu. Lì ci sono le cassette con i filmati di dimostrazioni e gare, le foto, gli articoli di giornale, le targhe del CSI e del Panathlon club di Chiavari, i libri, i pass e le medaglie. Quella ha un posto d’onore. Vale più degli ori ai campionati, vale più di qualsiasi altra cosa su quello scaffale. D’altronde quale dimostrazione più grande può esserci dello spirito sportivo? È vero, la medaglia è solo un pezzo di metallo (anzi a volte anche di plastica) con un solo valore simbolico, ma proprio per quel simbolismo il gesto acquista ancora più significato.
Forte di questa dimostrazione di lealtà proseguii con gli allenamenti fino all’arrivo dei Campionati.
Rimini, 16 maggio 2004. Questa volta, se non altro, riuscimmo a risparmiarci il viaggio assurdo dell’anno precedente.
Nonostante questo per me non furono delle gare facili. Prima di allora non conoscevo l’esistenza delle verruche. L’approccio con esse non fu dei migliori. Intelligentemente non dissi a nessuno di averla per paura di non poter più andare ad allenamento con il risultato che, invece di debellarla sul nascere in modo indolore, la lascia proliferare fino a diventare qualcosa di ingestibile ed estremamente doloroso. Affrontai la gara con i cerottini per le vesciche in modo da avere un po’ di spessore tra tallone e scarpa. Un dolore allucinante. Però ebbi la decenza di affrontarlo in modo stoico senza lamentarmi più dello stretto indispensabile.
In quelle gare persi il titolo di spada per 0,01. Dovevo assolutamente rifarmi con la 24, per una questione di onore. Non potevo arrivare seconda anche lì.
Il risultato fu che una volta in mezzo al tappeto di gara ebbi un’amnesia proprio nell’apertura. No dico, di tutti i punti in cui avrei potuto avere un buco nero, proprio nell’apertura mi doveva venire? Quando quella è uguale in tutte le forme (eccetto che nella 40). Ormai avrei dovuto saperla fare senza nemmeno pensare, l’apertura è come respirare, lo fai e non ci pensi. I miei sensi di ragno percepirono il pericolo. Esattamente alle mie spalle sugli spalti sentii l’inconfondibile voce del Maestro che imprecava per il mio errore sparpagliando fogli ovunque. A quel punto arrivai a patti con me stessa. Non potevo assolutamente perdere se volevo rimettere piede in palestra. A costo di lasciare il tallone sul tappeto di gara. Ancora oggi non so come fu possibile, ma ci riuscii. La convinzione è tutto. Il terrore anche di più.
Quello fu il mio primo titolo italiano.
Dopo le gare ebbi un periodo di fermo proprio a causa della verruca che fu espiantata con moderne tecniche di tortura con l’azoto liquido. Ciò non mi impedì di partecipare alla cerimonia del fuoco a Sori. Bruciai anche io i miei bastoncini esprimendo un desiderio per me ed uno per tutte le persone importanti in quel momento, poi unii la mia voce a quella degli altri nel rituale.
Da lì prese il via una nuova estate. Ricordo, oltre il fatto di aver messo, come sempre, le tende al parco, le lunghe corse sul lungo mare (che se non sono morta lì allora nulla può uccidermi…) e i tentativi di imparare le acrobazie che i Cinesi hanno inserito anche nel Tai Chi. Tentativi falliti miseramente vista la mia scarsa propensione al salto. Però non potrò mai, e dico mai, dimenticare la splendida performance di Simona che, tentando per la millesima volta il calcio a farfalla, si ritrovò per ben poco precisati motivi totalmente distesa a faccia in giù sul prato del parco. E così anche quell’estate entrò negli annali.
Postato da Athanatos il 20:51
venerdì, 02 maggio 2008
Categoria : la mia vita
Cronaca di un amor perduto (parte 2)
Fino a febbraio la parola “gara” non rientrava nel mio vocabolario, e nemmeno aleggiava nell’anticamera del mio cervello. Nessun problema. Il Maestro fu fulmineo e perentorio al riguardo. Distrusse così le mie ancore di salvezza dalla dimostrazione pubblica. Senza poter replicare mi ritrovai a dover preparare le forme intermedie del Tai Chi (24 Taijiquan – mani nude- e 32 taijijian – spada-) per la coppa Italia della f.i.w.s che si sarebbe tenuta a Sanremo. 13 aprile 2003. La data della mia prima gara. Dire che ero terrorizzata è riduttivo, anche se il vero terrore arrivò alla gara successiva, ma andiamo per ordine.
Io sono molto emotiva e quindi questo di sicuro non poteva alimentare la mia naturale tranquillità. Quel giorno ero iperattiva e penso di aver stressato fin troppo anche gli altri partecipanti della mia palestra. Ancora non mi rendevo conto di tutto quello che una competizione porta con sé, e per quanto uno possa aver passato del tempo sul tappeto di gara non vuol dire che sia esonerato dall’ansia. Ansia da prestazione. Perché lì verranno giudicate le tue fatiche e le tue ore dedicate a quell’Arte. E lo faranno 7 giudici schierati al bordo del tappeto che osserveranno numerosi fattori all’interno della tua forma.
Simona alla fine della sua gara di tradizionale mi prestò il suo kimono. Non era quello da Tai Chi, ma era sempre meglio di quello da allenamento. Affrontai la mia prima forma con il kimono nero in seta da tradizionale. Accanto a me a dare dimostrazione c’era Stefania, un’altra ragazza della palestra anche lei alla sua prima gara. Rivedendo a posteriori quel video mi viene ancora da sorridere. Quante cose erano sbagliate in quella forma. Ma che importa, fu il primo bagno di sangue, per così dire. La mia iniziazione al mondo dell’agonismo. Arrivai seconda di mani nude e prima di spada. Riuscii a battere una cintura rossa. Mi scusai per questo. Mi scusai.
La seconda gara furono direttamente i Campionati Italiani a Salerno. 11 maggio 2003. Il viaggio in treno all’andata fu un vero incubo. Treno notte. Secondo voi riuscii a chiudere occhio? Ovviamente no, e di sicuro il fatto non era dovuto alla scarsa comodità, bensì all’agitazione. Anzi, “all’agitanza” per usare un’espressione di Simona.
Di quelle gare di sicuro non potrò mai dimenticare tre cose: prima di tutto i 92€ di colazione che il Maestro spese per rifocillarci dopo la lunga nottata, poi la beffa della gara di ciclisti, o cosa diavolo era, che aveva bloccato il passaggio dei mezzi pubblici costringendoci a kilometri di marcia con armi e bagagli (letteralmente) sotto il sole cocente e nel nulla totale (eravamo gli unici disperati che, entrando nel palazzetto, si catapultarono nelle docce ancora prima di iniziare..), e, naturalmente, il terrore folgorante che mi colpì poco prima di entrare sul tappeto di gara.
A dirla tutta non sono proprio sicura di ricordare tutto di quella gara proprio a causa del mio stato d’animo che mi ha reso un’ameba semimovente per il palazzetto fino al termine della gara. La mia quantomeno.
Ricordo, durante la mia esibizione, di aver inseguito più volte lo sguardo di Marco per cercare la sua approvazione o la sua disapprovazione, quel che fosse, ma che fosse qualcosa per ancorarmi a terra. Naturalmente lo trovai, lì fermo a braccia conserte ai bordi del tappeto. Fu più che sufficiente.
Non voglio spendere parole sull’arbitraggio, né ora né nel commento delle gare successive prima di tutto perché ne ho già parlato e poi perché qua voglio solo narrare la storia senza infamarla con ingiurie.
Quindi spenderò parole sul primo incontro con l’amore altrui per quest’Arte. Una ragazza di Firenze è rimasta accanto al tappeto di gara per tutto il mio travaglio consigliandomi e consolandomi. Non era una mia avversaria diretta, ma “un’avversaria” comunque, eppure restò lì. Certo non tutti sono di quest’avviso e in quelle gare assistetti ad un episodio a dir poco deprecabile e contrario a qualsiasi principio, ma certe persone non riescono ad afferrare il senso di quest’Arte. Meglio lasciarle perdere, decisamente.
In ogni caso, tra un disguido e l’altro, le gare si conclusero. Terza spada e seconda mani nude. Ancora oggi se ci penso resto incredula.
Dopo quelle gare iniziò un nuovo periodo di “vacanza” ed una nuova estate. Nuove forme da imparare nuove giornate da sfruttare al massimo. E così feci. Quell’estate testai la frase che il Maestro è solito ripetere “bisogna abituare la mente a soffrire”. La posizione dell’albero non è decisamente una delle posizioni più comode da mantenere. Specialmente se si supera la mezz’ora.
Però, ad essere sincera, quella fu la più bella estate della mia vita. Ero sul terrazzino della piscina comunale a qualsiasi ora del giorno. La sera per gli allenamenti ufficiali e la mattina con Simona e Fausto. Quanto ho sofferto sotto il sole cocente di mezzogiorno! A volte penso seriamente che mi mancasse qualche rotella, o più semplicemente amavo alla follia quello che facevo. Noi tre ad allenamento era il massimo a cui potessi aspirare. Perfezionai le due 42, temprai la mia resistenza nella posizione dell’albero ed aiutai Simona nei suoi nichilistici metodi di stretching a cui, poi, sottopose anche me. Senza contare che diventai campionessa mondiale nello sterminio delle zanzare, in particolar modo appena dopo un acquazzone estivo.
Postato da Athanatos il 03:46