lunedì, 21 aprile 2008
Categoria : la mia vita
Ho deciso di rendere tutti parteci di una storia che durerà...bè...parecchi post immagino. Così almeno ci sarà finalmente una visione chiara e senza più tanti sott'intesi. In realtà è anche un po' un modo per chiarire nella mia testa questa storia. Raccontarla è un modo come un'altro per vedere fino a che punto sono riuscita ad assopirne i sentimenti.
Cronaca di un'amor perduto. (parte 1)
Per chi pensa che questa sia la narrazione di una storia d’amore intesa nel senso comune allora pongo già una barriera. Questo post parlerà di un’Arte. Chi legge da un po’ di tempo avrà già intuito a cosa faccio riferimento, per chi invece legge da poco lo dirò io: parlerò del Kung Fu.
Sembrerà strano a questo punto il titolo del post, ma è proprio quel che è accaduto. Ho perduto un amore.
Praticare quest’Arte non è come iscriversi in una palestra per andare a fare aerobica, qui ci vogliono il cuore e la mente. Non è Arte quella che si pratica in mancanza di questi due elementi.
Io ho praticato in particolar modo un ramo del Kung Fu, Il Tai Chi Chuan.
Il Tai Chi è un’Arte che ti entra nelle vene, inizi e lo senti scorrere nel sangue come una linfa vitale. Una nuova vita che rinforza le membra. Una nuova visione del mondo. È assecondare le brezze quando pratichi, imitare le foglie, catturare la flessibilità del salice, ma allo stesso tempo essere potenti, sinuosi, letali, come l’acqua. È insegnare alla mente ad essere disciplinata e metodica. È insegnare al corpo a seguire la mente. È praticare fino a portare il corpo, ma non la mente, al limite, allo sfinimento, ma poi trovare la forza di avanzare perché la mente capisce che i limiti sono solo quelli che noi ci imponiamo.
Partiamo dagli inizi.
Iniziò tutto alla fine della quarta ginnasio (secondo anno delle superiori) quindi nel maggio del 2002. Quasi per caso se devo dire la verità. Io sono cresciuta stando sempre insieme con mio cugino, quindi ero un maschiaccio e non dovrà sembrare strano che avessi una sviscerale passione per le Arti Marziali, anche se a quel tempo non ne conoscevo ancora il significato e la realtà. Seguivo un po’ il luogo comune della violenza pura. Sangue, morte e distruzione erano il mio credo. Trascinata da una mia compagna di classe e contro la volontà dei miei genitori andai a vedere un allenamento in questa palestra comunale a Lavagna. Pur senza accorgermene rimasi affascinata da due ragazzi che praticavano Tai Chi. Solo dopo ho ripensato a questo fatto, il tipico colpo di fulmine si potrebbe dire. Io ero entrata lì con l’idea di diventare Bruce Lee al femminile.
Alla prima lezione di allenamento ero talmente tanto agitata che riuscii a dimenticarmi a casa le scarpe da ginnastica con il risultato che, scesa dalla macchina, mi accorsi di indossare un paio di anfibi poco adatti alla situazione. Ero sull’orlo della disperazione. Per fortuna incontrai una ragazza della palestra, allora cintura rossa, che mi offrì le sue scarpe. Quello fu il primo incontro con Simona.
Accantonati gli infidi anfibi nello spogliatoio, ero pronta per la prima lezione. È stato abbastanza imbarazzante unirsi alla fila per il saluto. Tutti nel loro kimono nero perfetto con le loro cinture che risaltavano su di esso. Ed io con la mia tuta (anzi per la precisione, con la tuta dell’Adidas che mi aveva passato mio cugino quando ne aveva comprata una nuova) in fondo alla fila, senza nemmeno la cintura. Non sapevo nemmeno fare il saluto. L’unica consolazione era che la mia compagna di classe era nelle mie stesse condizioni.
Il Maestro ci fece staccare dal gruppo subito dopo il riscaldamento. D’altronde eravamo arrivate proprio alla fine dell’anno e quindi anche i “nuovi” non erano più tali e noi non potevamo di certo stare al passo con nessuno lì dentro. Allora siamo andate nell’angolo davanti allo specchio con Marco, una cintura nera. Ancora adesso ripenso a quanto devo a quest’uomo. Non solo la preparazione, ma anche l’amore per l’Arte. Marco era preciso e metodico. Ripeteva sempre, e giustamente, che le basi anche se noiose da imparare sono più che importanti perché poi da quelle si può sviluppare tutto, ma senza quelle non c’è niente. Allora iniziò a mostrarci le posizioni base spiegandoci la posizione delle ginocchia, dei piedi, della schiena e così via. In quella prima lezione imparai 4 delle posizioni principali, i fondamenti di un buon diretto, e scoprii la mia scarsa flessibilità. Lo stretching incombeva su di me già dai primi tempi, considerando che le mie dita potevano solo sognare di toccare le punte dei piedi.
Le lezioni furono sempre un crescendo. Avevo sete in quel periodo, sete di imparare, ogni allenamento alla fine mi lasciava esaltata ma insoddisfatta perché vedevo davanti a me una montagna di nuove cose, poco tempo per impararle e troppo tempo tra un allenamento e l’altro.
Arrivavo lì sempre con mezz’ora d’anticipo ed uscivo sempre per ultima intrattenendomi negli spogliatoi a parlare con chi era lì da molto più tempo ed aveva aneddoti da narrare.
A giugno la palestra chiudeva. Ma non l’attività.
Già da lì avevo iniziato a capire quelli che erano i principi ed i fondamenti dell’Arte.
Gli allenamenti continuavano durante tutta l’estate al parco Tigullio sul tetto della piscina. Fu un vero sollievo scoprire di non dover passare l’intera estate senza questa mia nuova passione. Così ogni martedì ed ogni giovedì prendevo il mio autobus delle 18.27 ed andavo al mio appuntamento.
Pantaloni neri e maglietta bianca. Bè, io non avevo nessun paio di pantaloni neri per poter fare sport se non quelli della tuta. Invernale. Poco importava, quel che contava era poter andare ad allenamento. Ci sarei andata anche con la tuta da sci se me l’avessero ordinato.
I primi tempi dell’allenamento estivo li passai ad imparare e a perfezionare le basi del Kung Fu tradizionale. Cominciai anche ad andare durante altri giorni della settimana. In fondo era pure gratis e sembrava che a nessuno desse fastidio la mia continua presenza.
Il passaggio al Tai Chi fu quasi a tradimento da parte del Maestro ed io non me ne accorsi quasi. Un giorno iniziai ad imparare questi nuovi movimenti diversi dagli altri e più complicati, ma la cosa non mi dispiaceva affatto. Anche le nuove forme che imparai, in parallelo con quelle del tradizionale, cominciarono a suscitare in me qualcosa che andava oltre l’interesse. Così due volte a settimana praticavo tradizionale e due Tai Chi. Ad essere sincera all’inizio non sapevo, e probabilmente nemmeno capivo bene quella che era la differenza sostanziale. Solo verso la fine dell’estate ne presi consapevolezza. Ma ormai il dado era tratto e mi ci ritrovai immersa. Quell’estate imparai anche troppo, e questa nuova Arte occupava completamente la mia mente. I compiti estivi non sono mai entrati nelle mie preferenze e quell’estate lì lo fecero anche meno.
Ero così ossessionata dagli allenamenti che non c’era nulla che potesse impedirmi di essere presente. Ricordo ancora quando di giovedì scoppiò un temporale. Il tipico temporale estivo con tuoni, fulmini, acqua e quant’altro. Naturalmente una persona dotata di buon senso se ne sarebbe stata a casa all’asciutto a poltrire. Ma io avevo una missione: l’allenamento. Non sarei mancata per nulla al mondo. Litigai furiosamente con i miei finché non ottenni il permesso di andare. Arrivata al parco trovai però una brutta sorpresa. Ero da sola. Rimasi molto delusa da questo, ma in fondo potevo anche capirlo. Così, dopo aver aspettato un quarto d’ora decisi di tornare alla fermata dell’autobus. Proprio mentre aspettavo vidi passare la moto di Alessandro (il vice del Maestro) che andò nel parcheggio della piscina. Sorrisi. Alla fine all’allenamento ci ritrovammo in tre. Alessandro, Marco ed io.
Quella fu la prima esperienza con l’acqua. La seconda fu ancora più bella perché quella volta eravamo molti di più. Ed il temporale ci colse proprio nel bel mezzo dell’allenamento. Stavamo facendo Tui Shou, il combattimento del Tai Chi, quando cominciarono a cadere le prime gocce di pioggia. Il Maestro ci disse di andare a ripararci dentro la struttura della piscina. Stavamo aspettando che la pioggia diminuisse ed ammazzavamo il tempo parlando e facendo stretching (ricordo ancora la maledetta ringhiera di quel terrazzo, era il mio incubo). Tuttavia il tempo non sembrava migliorare. Allora il Maestro ed Alessandro uscirono sul terrazzo e continuarono a praticare. Sotto la pioggia. Il Maestro non disse nulla. Dopo poco le cinture più anziane lo raggiunsero sul terrazzo e ricominciarono l’allenamento. Io guardai Marco per capire quale fosse la cosa giusta da fare. Ma anche lui non disse nulla. La scelta era affidata ad ognuno di noi. Non era obbligatorio uscire e continuare, ma alla fine ci ritrovammo tutti su quel terrazzo sotto la pioggia.
Poi a settembre ricominciammo ad andare nella palestra. E lì ci fu il primo regalo. Il kimono. Il mio primo kimono. In cotone spesso, era quello per il tradizionale ed infatti aveva 5 bottoni, contrariamente a quello del Tai Chi che, per regola, deve averne 7. Mi costò 25 euro. Però aveva la cintura bianca allegata. Cintura che fece poca vita visto che dopo una settimana potevo mostrare orgogliosa le mia cintura verde. Il lavoro di un’estate premiato.
Da lì in poi continuai regolarmente ad andare agli allenamenti due volte a settimana prima, e tre poi. Il sabato ormai apparteneva già a quest’Arte.
Postato da Athanatos il 23:14
mercoledì, 09 aprile 2008
Categoria : la mia vita
- 3
e mi auguro che passino in fretta magari portandosi via anche parte del rimorso e dei rimpianti.
Postato da Athanatos il 22:02
martedì, 01 aprile 2008
Categoria : la mia vita, parole in libertÃ
So che ci sono giorni e momenti in cui dovrei accuratamente evitare di mettermi a pensare, ma non imparo mai abbastanza in fretta e quindi ci ricasco tutte le volte.
Questa volta è una domanda rivolta a me a cui io dovrei dare una risposta, visto che me la sono cercata…ma se non dovessi finire l’università, che cosa ne sarebbe della mia vita?
Spiegazione: se per qualche motivo (scelta mia od obbligata) dovessi abbandonare l’università che cosa mai potrei riprendere in mano per far finta di non aver mandato tutto a puttane?
Risposta: assolutamente niente.
L’altro giorno si parlava un po’ delle passioni di tutti, ma soprattutto delle passioni che quelle persone stanno realmente mettendo in pratica. All’inizio ascoltavo con interesse e poi è sorta una minima invidia. Bene, il mio primo pensiero è stato “che schifo”, provare invidia, veramente un comportamento deprecabile. Dopodiché mi sono chiesta perché provassi invidia nei loro confronti. Bè Serena, la risposta è chiara no? Loro lavorano sulle loro passioni che sono realizzabili. Tu no. Tu non ne hai nemmeno forse.
Non ci credete? Ragioniamoci insieme: quella per il Giappone più che una passione forse è una mania e in ogni caso non è costruttiva visto che anche coltivandola non arriverei a niente, scrivere, che dire, anche questo non potrebbe portare a niente e comunque anche io non mi applico perché possa non risultare qualcosa di marginale, per qualsiasi cosa artistica non sono portata, troppo banale, il Kung Fu ho avuto la brillante idea di abbandonarlo.
Di tutte quelle citate l’unica che avrebbe potuto veramente darmi qualcosa, non a livello monetario, ma a livello di realizzazione di me come persona, è il Kung Fu ma ho veramente già speso molte parole su questo blog riguardo ad esso. E comunque non sto coltivando nemmeno questo.
Dunque che vogliamo fare? Continuare a deambulare tra casa, università ed uscite serali?
Mi sembra di aver segregato la mia esistenza in un limbo dove vago senza meta e senza troppi pensieri per la testa aspettando che accada qualcosa. Uniche ancore sono le relazioni con le persone, ma a volte, vuoi che sia colpa mia, vuoi che non lo sia, si rivelano essere solo dei fili d’erba impigliati alla scarpa che basta uno strattone più forte per farli spezzare.
Serena finisci col cadere sempre negli stessi argomenti.
Lo so.
Postato da Athanatos il 22:37