Rileggevo i miei precedenti post e quasi quasi mi vien da ridere vedendo quanto io fossi disperata i primi tempi qua a Milano. Una depressione quasi esagerata se ben andiamo a vedere. Ma quel che più mi lascia basita è il constatare ancora una volta il potere che ha tenere un “diario” blog o quel che è, sì perché se non avessi riletto quel post di settembre che sanciva il mio arrivo qua probabilmente nemmeno mi sarei ricordata di quelle sensazioni. All’inizio avevo una smania irrefrenabile di prendere il biglietto del treno per tornare a casa, a Sestri, ora se posso evito proprio di farlo. Ormai Sestri ha ben poco da spartire con me, e non perché voglio atteggiarmi da donna della metropoli e lasciar perdere i poveri provinciali, ma molto semplicemente perché in quest’anno e mezzo ho fatto armi e bagagli ed oltre alle mie cose materiali ho trasferito a Milano anche tutto quel che concerne la mia vita. Tornando giù sarei realmente messa in difficoltà nel dover organizzare le mie giornate, perché se si parla si duo o tre giorni posso ancora farcela, altrimenti diviene soffocante dover restare in terra ligure. Coloro che più mi stanno a cuore, anche se provengono da zone diverse dell’Italia e dell’Europa sono qua a Milano, i miei interessi (Kung Fu escluso naturalmente) anche. Ed ogni giorno che passa mi incatena sempre di più qua. Di Milano si può dire tutto, sia in bene che in male, ma ormai non me ne frega più niente. D’altronde è anche vero che se poi riuscirò a trovare un lavoro non sarà a Sestri ma qua, è vero che non mi dispiacerebbe prendere ed andarmene in un altro paese a tempo indeterminato. Sestri in tutto questo non rientra. Ad essere sinceri l’idea di tornare giù mi diverte solo ed esclusivamente se posso farlo accompagnata da qualcuno a cui poter mostrare quella che è stata la mia vita per ben 19 anni. Perché io ne ho abbastanza di dovermici reimmergere. Sia chiaro, non rinnego le mie radici, ma è come se tornare giù dovesse essere una carcerazione forzata ed un’immersione in ricordi che preferisco non ricordare, in pregiudizi che preferisco evitare, in stati d’animo che preferisco emarginare, in persone che preferisco non incontrare, in discussioni che preferisco non cominciare.
Qui c’è quel che mi serve e forse anche quella tranquillità emotiva che per tanto ho cercato. Sì è vero anche a Milano ho preso le mie delusioni e le mie belle facciate, ma se quelle stesse le avessi incocciate ora come ora a Sestri sarebbe stato peggio. Quindi alla fin fine si può quasi dire che Milano mi abbia salvata, in extremis magari, ma l’ha fatto.
Mi dispiace solo per quei pochi a cui magari farebbe piacere rivedermi, a quei pochi che mi aspettano, ma devo essere onesta che nemmeno questo riesce a convincermi a tornare, e tutte le volte è sempre un conto alla rovescia per tornare su. Sì tornare nella nebbia, nello smog, nell’isteria milanesi che prima tanto deprecavo.
Vorrei sapere quale malia Milano abbia operato su di me, ma è così. Sarà l’aria di internazionalità che si respira, saranno le possibilità che si incontrano, saranno le sensazioni, non lo so e forse nemmeno voglio scoprirlo.
Qualche giorno fa ho incontrato al bar dell’università Alberto, uno dei miei ex coinquilini ed è stato come incontrare una persona fondamentalmente sconosciuta, eppure abbiamo diviso lo stesso tetto per nove mesi. Sarà che è finita male, sarà che è troppo che non ci si sente, sarà che ci siamo sempre stati sulle palle a vicenda, ma è stato strano e disarmante lo stesso. Milano è anche questo, prendere e lasciare le persone con eguale facilità.
Aspetterò con ansia marzo del prossimo anno per leggere questo post e vedere se le cose sono cambiate o meno, per vedere se ci riderò sopra o se invece quel che vi sta scritto rispecchierà nuovamente i miei pensieri.
Ma la conclusione è sempre quella, vorrei poter non rimettere piede a Sestri per lungo tempo anche se sembra invitabile doverlo rifare.
Quel che non avevo considerato sul mio precedente (ed ormai datato ) post sulle relazioni con le persone è la capacità di quest’ultime di condizionare il comportamento.
Basta poco a sentirsi meglio, basta allontanare l’elemento di disturbo.
Sono ancora sorpresa, e parzialmente sconvolta, nel rendermi conto di quanto io possa essere influenzabile in determinate situazioni e da certe persone. Senza rendermene conto avevo mutato il mio essere in relazione con gli altri a causa di qualcuno (di cui, per pudicizia, preferisco non fare il nome).
Solo a posteriori me ne rendo conto, e questo è deleterio, perché dovrei avere almeno un barlume di lucidità, in quei momenti, per evitare che questo accada, ma non è stato così, ed ora potrebbe anche riaccadere. A mia parziale giustificazione potrei addurre un coinvolgimento a livello affettivo, ma è solo un arrampicarsi sugli specchi che non dà nessuna risoluzione al problema. Perché è a tutti gli effetti un problema.
E qui ritorniamo al solito punto cardine: quanto ci si può sbilanciare?
Io, per quanto lo desideri, non riesco a non lasciarmi andare quando ho qualcuno davanti. Per quanto ci abbia provato, per quanto lo abbia detto e ripetuto, non sono riuscita a metterlo in pratica. Anche di fronte a questa mia affermazione mi chiedo come sia possibile non dare ad ogni persona la sua possibilità.
C’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in tutto questo, credo, perché se le persone sono in grado di avere questo potere allora sarebbe normale avere un minimo di istinto di sopravvivenza e lasciar perdere. Ma è più umano continuare a sbattere la testa finché un giorno non ti accorgerai di averla spaccata sul muro, o è più umano porre dei paletti a salvaguardia del proprio spazio e della propria psiche?
Uno o l’altro non ha importanza perché alla fine è sempre un sanguinare dopo aver preso a pugni l’aria.