Mancano meno di 24 ore al 2008. Anno nuovo. Vita uguale. Stesse sensazioni, stessi pensieri. Anche la prospettiva del cambio del numero alla fine del conto alla rovescia (una anno in più sulle spalle un anno in meno davanti) non migliora la situazione. In fondo tutti si aspettavano che nel 2000 ci sarebbero state le macchine volanti, la soluzione per l’inquinamento ed un miglioramento nello stile di vita no? Bene, quante di queste cose si sono avverate? Stiamo andando verso l’implosione. Che poi non è solo quella di un pianeta che si trascina avanti con fatica, ma quella di noi poveri ed illusi esseri umani che ci facciamo prendere da una frenesia solo perché così abbiamo la mente occupata dagli impegni e dagli orari per non stare a vedere la realtà. Se no finiremmo molto prima. Corrosi da noi stessi.
La verità è che non ho nessuna voglia di veder sorgere questo 2008. Sono stufa. Sono stanca. Stanca di come vanno le cose, di avere pensieri in testa, di non averne, di essere stanca. Stanca. Ogni passo è una fatica immensa, ogni pensiero una ferita aperta, ogni ferita una cancrena.
A cosa serve stappare una bottiglia di spumante scadente per festeggiare un ipotetico cambio. Cambio che regolarmente non avviene mai. D’altronde è una gran bella sfilata d’ipocrisia quella che dal 24 di dicembre ci accompagna fino al 6 di gennaio. Tant’è vero che la data dell’inizio dell’anno è solo una mera istituzione. Per noi che seguiamo il calendario gregoriano è istituzionalmente riconosciuto come 1 gennaio, per chi segue quello giuliano è il 14 gennaio, e poi ancora per i cinesi è il giorno della seconda luna piena dopo il solstizio d’inverno e via così. Che senso ha allora? Non riusciamo nemmeno a metterci d’accordo su quando un maledetto anno finisce e pretendiamo che quello nuovo porti dei cambiamenti? Non basterebbe nemmeno moltiplicare all’infinito i 108 gong dei giapponesi per purificarci.
Ma forse il mio è un ragionamento egoistico. In fondo quel che provo non è universalizzabile, io non sono il mondo. Io non sono gli altri ed è una grande pretesa la mia, quella di interpretare gli altrui atteggiamenti. Ma ormai sono sopraffatta dalle stronzate che commetto che importa commetterne una in più? Qualcuno lo noterà mai? Vorrei che invece fosse così. Trovarmi faccia a faccia con qualcuno stanco quanto me e che vede il mio camminare storto. Un pugno in pieno viso. Per svegliarmi. Un dolore che punge tutto il viso fino a far lacrimare gli occhi, così magari è anche la volta buona che riesco di nuovo a piangere. Non che le lacrime possano cancellare le mie colpe. In fondo l’acqua, se non inquinata dagli scarichi industriali, è pura ed inviolabile. Le lacrime altro non sono che acqua salata, quasi sacra, e non possono portare con sé i miei peccati. Quelli si fermano un passo prima di cadere dagli occhi. E restano lì, ancora più visibili.
Commistione di idee di pensieri e di azioni, troppi troppo, comportano momenti di follia. Passeggeri, di un solo istante. Ma abbastanza lunghi da mandare tutto a puttane. Certo perché è giusto così, mesi per costruire e raffinare qualcosa, 30 secondi per minare le fondamenta e premere il detonatore. E più si va avanti così e più sento il mio cuore diventare come una scultura di ghiaccio esposta al sole. Sciogliendosi il ghiaccio il cuore non torna ad essere un muscolo pulsante, ma si consuma sempre più, diventa imperfetto, assume strane forme. Muore. Ora davanti a questa scultura c’è un enorme cartello di divieto d’accesso. E c’è anche un divieto d’uscita se è per questo. Conoscenze effimere, rapporti che grattano la superficie senza spingersi verso il nucleo. Niente più dolore. Niente più rimorsi. Niente più follia.
Un giorno sarò satura, un giorno vomiterò tutto.
Quel giorno fatemi un favore, uccidetemi.
Sono i ricordi e le esperienze che formano una persona. Sono i ricordi e le esperienze che ditruggono una persona.
Infatti se su questi si costruiscono il sapere, la personalità, il carattere, lo stile di vita, in mancanza di questi crolla una parte i essi. In realtà è un po’ come la roulet russa. È come costruire un castello di sabbia, bellissimo, perfetto. Ma è pur sempre sabbia. E ci sarà sempre una mareggiata. Come proteggerlo? Non si può. La parte raggiunta dalle onde finirà con il crollare inevitabilmente. Ora non è più così perfetto. Ma una parte c’è ancora ed allora si va avanti. Stupidamente si tenta di ricostruire quello che è stato distrutto, ma l’errore è farlo nello stesso punto di prima. È egualmente esposto. Maledici il fatto di non poterlo costruire con mattoni e cemento. Non che questi siano immuni dai fenomeni atmosferici, ma sono meno labili. Il che è meglio di niente. Un’effimera sicurezza che però ti tranquillizza illudendoti.
L’unica cosa che costruisci con i mattoni è una barriera tra te ed il resto del mondo man mano che vai avanti. Conscia di quel che può succedere, e che sicuramente succederà, cerchi di rendere meno vulnerabile una parte di te, quella che soffre di più. La parte che sa amare. E non ami più. Non come vorresti almeno. Che schifo. Che pena. Sì ti fai pena da sola ad annullare il pendolo dei tuoi sentimenti, ma se solo così non ne risentirai allora va bene lo stesso. Sarà solo ed esclusivamente una questione di abitudine.
Il punto è sempre lo stesso. Sembra che il mondo sia costruito apposta per offrirti gioie che ti deluderanno. Probabilmente anche tu fai parte di questo gioco ed anche non accorgendotene chissà quante altre persone deluderai. Piccola stupida pedina che cerca di pensare. Che torto fai. E nemmeno te ne rendi conto.
Ma il punto è sempre quello e a volte mi chiedo se questo blog vedrà mai, di nuovo un post con speranza. Speranza in cosa poi, mi chiedo. Speranza e basta, mi rispondo.
A long time ago we used to be friends.
E questo non lo dimenticherò.