sabato, 07 ottobre 2006
Categoria : la mia vita
Tiriamo le somme
Sì, facciamo un po’ due conti (metaforicamente visto che di matematica me ne capisco poco). Ieri, primo ottobre, giorno del mio diciannovesimo compleanno ho iniziato la mia nuova vita qui a Milano (perché è dalla city che vi scrivo…). Le considerazioni su quello che accade qui le tratterò in un post futuro. In questo volevo invece fare un bilancio di questi 19 anni. Che cosa vale la pena di portare con me e che cosa invece mi sforzerò di lasciare per strada? Io sono quello che sono e di sicuro non posso reinventarmi da zero da un giorno all’altro, e nemmeno lo vorrei. Almeno non totalmente. Alcune cose ho deciso di lasciarle a casa. Alcune cose come il mio stare in disparte, sapere le cose ma starsene zitti nell’angolino a fare la figura dell’idiota. O a non fare nessuna figura. Io da sola e non al centro dell’attenzione ci sto bene, ma non è questo che mi aiuterà ad arrivare dove voglio, quindi si cambia! E uno. Quindi tutto quello che circonda il citato comportamento deve sparire, o quantomeno essere occultato quel tanto che basta per far sembrare che sia inesistente.
Ma che cosa mi resta in tasca di questi 19 anni che mi hanno resa così come sono, con i miei millemila difetti e ben pochi pregi?
Mi restano dei ricordi. Sbiadite immagini non tangibili e che indietro non tornano. Però come si potrebbe vivere senza ricordi? Immaginatevi che esistenza vuota. Forse nemmeno un’esistenza. Dunque tutto non si può buttar via.
Allora mi restano i giochi intorno a una palla fatti alle elementari quando ancora il concetto di amicizia non sfiorava nemmeno le nostre menti, ma nella nostra ingenuità di bambini eravamo amici come non lo saremmo mai più stati una volta cresciuti. Eh sì, amici veri, salvo rari casi in cui ancora ora si può andare a credere in questo, lo si è solo da bambini (perlomeno ai miei tempi) quando non ci sono rivalità, né pregiudizi e la lealtà non è un concetto così astratto ed in assolvibile. Dunque resta questo periodo in cui si viveva in un limbo al di fuori di ogni preoccupazione ed ancora pieni di progetti e sogni.
Resta il disagio delle medie, nelle quali proprio non sono riuscita ad integrarmi e che hanno segnato un meno alla mia esistenza. Ecco, di quelle ricordo poco e niente. Una cosa positiva e tante scottature. Di amicizie campate in aria che hanno aperto ferite profonde e tante, tantissime delusioni.
Ricordi sbiaditi. Gioie e dolori sbiaditi. Che brutta cosa è la memoria quando ti sforzi di ricordare e questo tentativo risulta vano.
In men che non si dica arrivo al periodo delle superiori. Qui è tutto molto più nitido anche se non saprei rievocare gli eventi in modo ordinato. Almeno per quanto riguarda i primi tempi.
Ricordo la delusione di veder cambiare certe persone in modo inaspettato, ricordo però anche la gioia di trovare persone con le quali condividere anche i tuoi aspetti magari considerati più infantili senza sentirti giudicata. Ricordo l’inizio di una corrispondenza che ora si è un po’ arenata ma che non ho intenzione di lasciar andare.
E poi l’inizio e l’abbandono dello studio del violino. Troppo tempo da dovergli dedicare e poco tempo realmente dedicato.
L’inizio di un’amicizia che, nonostante tutto quello che ho detto prima, procede bene e dà molte soddisfazioni. Certo ha avuto i suoi momenti no. Ma anche tanti sì. Ed ogni sì faceva e fa dimenticare il negativo. E poi senza scontri non sarebbe nemmeno bello. Inoltre quest’amicizia mi ha dato l’occasione di incontrare la fotocopia di Doris.
E ancora. Kung fu. Un amore nato verso la fine della V ginnasio e che non è ancora morto. Nonostante la lontananza. Nonostante tutto. Ancora lo amo ed ogni giorno sento soffrire una parte di me stessa all’idea di non poter praticare. E maledico ogni singolo metro che mi separa da casa. Ma anche per quello ci sarà tempo.
I nuovi arrivi a scuola e le inaspettate amicizie con pochi di loro. Conoscenze effimere per la gran parte, importanti in un solo episodio.
Tanti eventi che si susseguono e sovrappongono in quel periodo nebbioso che è l’anno scolastico del liceo, dove ogni giorno è diverso dall’altro ma quando devi ricordarlo è terribilmente simile al precedente ed al seguente.
Ed eccoci all’ultimo anno di liceo. L’anno più importante forse. Quanti eventi ci sono stati. Forse anche troppi per essere un solo anno.
E così, in rapida successione, i ragazzi dell’HC a Genova, l’esame per cintura nera, il sabato sera a Genova per il nuovo corso dell’HC, gli esami di teoria e pratica della patente, i campionati italiani (e la gioia di una vittoria sudata e conquistata con i denti), e poi l’estate. Un’estate intesa non in modo convenzionale. Un periodo di tempo che dilato a mio piacimento. Inizia con la fine della scuola e la preparazione per la maturità.
La settimana a Breccanecca dove per un momento ho avuto l’illusione che fossimo una classe unita, che forse mi sarebbe dispiaciuto non vederli più, che forse tutto quello che avevo pensato era sbagliato. Che settimana. Studio matto, ma tanta felicità.
E poi la delusione degli scritti. Ricordo il senso di tradimento, la rabbia. E l’ovvio riscatto all’orale. La soddisfazione di aver fatto un lavoro adeguato e che è stato apprezzato. L’elogio della prof di italiano. E solo quello ha fatto valere 5 anni di sofferenze dentro quella scuola.
La vittoria dei mondiali. È una cavolata, ma tanto è stato un bel periodo.
La giornata sulla nave “Carabinieri” della Marina Militare.
L’inizio del lavoro alla Baia. Ecco, questo è un periodo orribile. Sono stati solo 5 giorni. Ma mi ha fatto scendere a terra e mi ci ha ancorata con i piedi di piombo. Ci sono tanti stronzi in giro, ma non avevo mai avuto a che farci in prima persona in un simile contesto. Presa a lavorare in nero e pagata 2 € l’ora. Se fossi andata a vendere fazzoletti al semaforo o cocco in spiaggia avrei guadagnato di più.
Allora ricordo il mio licenziamento con tanto di scenata, perché io me ne sto sulle mie, ma certe cose non le tollero. Non le tollero proprio.
E ora l’esperienza in assoluto più illuminante di quest’ultimo periodo. L’inizio del lavoro in pizzeria. Ho trovato più di un lavoro e di uno stipendio. Ho trovato un motivo per alzarmi la mattina senza sbuffare, ho trovato un motivo per cercare di migliorarmi in ogni contesto, ho trovato una famiglia allargata e multietnica. Ho trovato poi una persona dalla mente aperta e con un fascino al quale non puoi restare indifferente. Ed infatti così non è stato. Ogni giorno vado alla scoperta di mondi nuovi solo parlando con questa persona.
La festa di compleanno/addio in pizzeria. Circondata da figure mitologiche per l’immaginario. E due libri (più un manuale di boicottaggio) che sono sul mio comodino, portando con sé un pezzo di casa, quotidianità ed esoticità. Una giacca che ha un sapore nostalgico di tempi passati anche se è usata solo da pochi giorni.
E la mia personale estate finisce il primo ottobre.
Ecco cosa mi resta. Ci sono poi altri momenti che su questo blog sono segnati (vacanza in Sardegna, burraco…) ed alcuni che invece non compaiono, ma che anche se ora non vengono alla mente restano nel cuore e nella persona che sono. E di sicuro quelli belli fanno parte dei miei pochi pregi. A volte penso che siano le persone a costruirmi. Senza di loro non sarei così. Ma so che non può essere niente di simile.
Ora sono a Milano e sento che a mancarmi sono le cose quotidiane. Quelle piccole, insignificanti quando ci sei. Mi manca guidare, mi manca il solito giro serale sulle note di una canzone. Mi manca il mio portachiavi di Sango con le chiavi della macchina. Mi manca la musica la sera, mi mancano le visite in pizzeria a rompere le palle, le visite a Gelsomino (:-P), i sabati sera incasinati, e i clienti infami che non si alzano dai tavoli. Mi mancano le giornate di sole e quelle uggiose, mi manca vivere la notte.
E tanto altro. Ma è un solo giorno che sono qui (quando riuscirò a pubblicare questo saranno di più). Non ho ancora diritto di lamentarmi. Va bene così per ora, è solo questione di abitudine. E poi c’è già quel biglietto del treno con una prenotazione su un eurocity per questo venerdì.
Questo più che un post è diventato un poema e, come dice Vale, chissà se qualcuno sarà così paziente di leggerlo tutto. Ma questo blog è il mio sfogo. Qui nessuno è obbligato a leggere tutto, cosa che invece risulta obbligatoria in una mail. Allora i problemi e gli sfoghi qui, e le cose normali nelle mail.
E con questo ho finito sul serio.
Postato da Athanatos il 09:45